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FOLCLORE CALABRESE
Il folclore calabrese è un evento popolare che si svolgeva per le strade della città con musica e balli di quell'epoca e tramandata nel tempo...una tradizione che si svolge tra banchetti di piatti tipici.

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Folclore: calabrese folcloristico.
Si può anche chiamare folklore che viene dall'inglese!!!
FOLCLORE CALABRESE
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Il folclore calabrese
Unione Nazionale Pro Loco d'Italia
Tel-Fax: 06.9913049

Introduzione

Caratteristica predominante del folclore calabro è la varietà e l’assortimento dei costumi tradizionali, soprattutto quelli femminili. Le tradizioni più interessanti sono descritte nel brano che segue, tratto dalla Guida Rossa Basilicata e Calabria del Touring Club Italiano.

Il folclore della Calabria, regione contermine che presenta un certo fondo comune di tradizioni, specie per quanto riguarda il ciclo della vita umana e le feste nel corso dell’anno, cercheremo di mettere l’accento su aspetti che differenziano il folclore calabrese da quello lucano e meglio servono a caratterizzarlo e a colorirlo. Uno di questi è senza dubbio la varietà e ricchezza dei costumi, specie di quelli femminili, che in Calabria presentano tuttora, malgrado il diffondersi della moda standardizzata, esemplari di grande attrattiva. Certamente, se si confronta la superba collezione di costumi calabresi acquistati verso il 1911, e conservati al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari (di Roma), con la situazione attuale, si ha netta la conferma della rapidità con cui il costume tradizionale va sparendo anche in Calabria. Ma un’inchiesta, condotta nel 1956 dall’etnologa francese Monique Roussel de Fontanes, ha rivelato che ancora in quell’anno esso veniva portato in 95 villaggi. La stessa studiosa, rinnovando l’inchiesta nel 1962, ha potuto mettere in luce i motivi della rapida sparizione (emigrazione, viaggi in treno e autobus, migliorate condizioni economiche ecc.), ma anche identificare le cause della conservazione in quanto le pacchiane lo indossano in occasione di feste nuziali o di solennità religiose, e lo custodiscono per quando ne saranno rivestite sul letto di morte. E col termine pacchiana deve intendersi non solo la contadina, ma in genere la donna di modeste condizioni (moglie di un faticante o piccolo commerciante, o artigiano, e così via) in contrapposto alla signora, che veste secondo la moda di Napoli. In provincia di Cosenza uno dei paesi in cui il costume femminile autenticamente calabrese viene ancora indossato è Luzzi: esso è di panno o velluto scuro con corpetto nero, ma con la bianca camicia ricamata e larga sul petto: bianco è anche il copricapo (“rituortu”) che scende fin sulle spalle. Di colore rosso scarlatto è invece il costume di Verbicaro, con gonna di panno e corpetto di velluto, al quale la maniche sono attaccate con nastri. In provincia di Catanzaro si distingue il costume di Nicastro, che consiste in un panno rosso intorno e sorretto dalla cintura della gonna, cui è attaccata, di dietro, una specie di lunga coda bianca a frange. Molto bello è anche il costume di Tiriolo, col caratteristico “vancale”, lungo e stretto scialle di lana a righe, con cui la donna s’avvolge le spalle. Ma la varietà e la ricchezza del costume femminile in Calabria è dovuta anche al suo conservarsi presso le colonie albanesi che, com’è ben noto, vi si trasferirono a ondate, prima seguendo il condottiero Demetrio Reves (dal 1416) messosi al servizio di re Alfonso d’Aragona, e soprattutto dopo la morte di Giorgio Castriota Skanderbeg, eroe della libertà albanese (1492). I nuovi venuti fondarono propri villaggi, dove per lungo tempo vissero isolati e tenuti a distanza, con timore o antipatia, dalla popolazione locale, come dimostra il proverbio, rimasto ormai semplice ricordo, “se incontri un lupo e un Albanese, spara prima all’Albanese”.
Ciò spiega anche il conservarsi attraverso i secoli, oltre che della lingua e della letteratura popolare albanese, anche delle tradizioni e delle fogge di vestire. Sono costumi a colori vivacissimi, in rosso, verde, azzurro, di seta e di broccato, con galloni d’oro e d’argento, e trine, merletti, frange. Quello di Lungro (Cosenza) è addirittura sontuoso: così può dirsi per quello di San Martino di Finita, ricco di larghe applicazioni d’oro, e anche per i costumi di Spezzano Albanese, dalle ampie gonne pieghettate, di San Demetrio Corone e di altri centri. Giova ricordare qui che in Calabria c’è anche , a Guardia Piemontese, una colonia di Valdesi, ivi rifugiatesi nel secolo XIII, e le cui donne tuttora portano il costume dei loro paesi d’origine, ben differenti da quelli calabresi e albanesi, e invece simili a quelli della zona alpina occidentale. Per finire su questo tema, se il costume tradizionale maschile può dirsi quasi totalmente scomparso (salvo alcuni elementi, conservatasi specie presso i pastori), esso ha rappresentato per secoli uno dei tratti più caratteristici dell’ambiente popolare calabrese, anche attraverso l’iconografia del famoso “brigante” col cappello a cono, il mantello e il fucile imbracciato. Ma ancora alla fine del secolo scorso esso si era fedelmente conservato tanto che Caterina Pigorini Beri (In Calabria, 1892) poteva minutamente descriverlo: “Il giubbetto corto, tagliato militarmente.... e con le mostre e i risvolti con una certa pretesa guerresca e i bottoni lucidi, sovrasta ad una specie di panciotto rigidamente abbottonato, fin dove cominciano i calzoni, tenuti sù da una larga cinghia di cuoio affibbiata, o da una sciarpa rossa e scozzese a larghe righe a colori vivaci.... ecc.”. Nella prima Mostra provinciale d’arte popolare tenutasi a Cosenza nel 1937 tale costume figurava esposto nella sua completezza, compreso il cappello specialissimo a cono “coperto di vellutini fino al vertice, i quali ricadono in abbondanti fiocchi sulle falde, e, perché troppo stretto sulla testa, è raccomandato ad un laccio legato sotto il mento”.
Il discorso ci ha portato quasi insensibilmente nel vasto campo dell’arte popolare a cominciare proprio dalle tele tessute a mano nei telai casalinghi secondo una tradizione millenaria. Di particolare pregio le coperte per i grandi talami prodotte a San Giovanni in Fiore e altrove, come Cerzeto, San Martino di Finita, Terranova e Sibari. Ma il principale centro di produzione è Longobucco, specie per i tappeti rustici, mentre in Abruzzo e in Sardegna si adopera la pesante lana di pecora (qui in un clima più’ mite il tessuto viene fatto con seta cruda o con cascame di seta): si usa anche un filato simile alla juta, tratto dalla fibra di ginestra. La decorazione del tappeto calabrese gioca sulla fantasia e originalità dei motivi decorativi. Sono figure di piante, di animali, di uomini, o ardite combinazioni di elementi geometrici, spesso anche simboli e segni di fede, come il monogramma di Maria, la Croce, ecc.
Di antica tradizione sono anche le ceramiche, che i “pignatari” producono in diversi piccoli centri, con l’uso del tornio a mano e di una piccola fornace. Fra i tipi più’ significativi ricordiamo l’oghiarolu, orciolo di argilla rossa usato esclusivamente per l’acqua, la langella, piccola anfora a uno o due manici, e anche borracce e boccali e piatti e giocattoli per bimbi. Si distinguono per il loro carattere e valore artistico le ceramiche di Seminara colorate in verde, in giallo e arancione, con ornamentazione zoomorfa o fitomorfa. Altri centri di produzione sono Rende, Bisignano, Corigliano Calabro, Polistena, Belvedere Marittimo.
Anche l’arte dei pastori, in legno lavorato a punta di coltello e su modelli che talvolta ci ricordano assai da vicino forme dell’antica civiltà mediterranea, ha prodotto in Calabria oggetti di notevole valore. Ad esempio le conocchie di legno o di canna per filare la lana o la canapa o la ginestra. Di regola, esse erano intagliate dai giovani pastori, e offerte in dono alle loro ragazze.
Nel Museo civico di etnografia e folclore “Raffaele Corso” di Palmi si conservano trecento di queste rocche di legno, decorate con figurine di uomo o di donna o di animali, che serbano chiare impronte di un’arte minore arcaica tramandatasi attraverso alcuni millenni. La stessa tecnica si riscontra anche in cucchiai, forchette, mestoli e altri utensili della suppellettile casalinga e pastorale.
Dato lo straordinario sviluppo delle sue coste, la Calabria presenta usi caratteristici riguardanti la pesca, specie quella del pesce spada, a Scilla, Bagnara, Palmi, Favazzina. La pesca si pratica dagli ultimi di marzo agli ultimi di giugno, di giorno con gli ontri, di notte con le palamatare. L’ontre è una barchetta leggera e snella che porta a prua due braccioli di legno su cui posano le aste terminanti con una lancia uncinata (la triccia): l’equipaggio è composto da sei marinai più il padrone-comandante. Dalla posta, scelta sul più alto scoglio, (o anche dalla cima del pennone), il guardiano, avvistato il pesce, fa segno con una banderuola, e subito l’ontre si dirige verso il punto indicato: il faziere, giunto a tiro, vibra con tutta forza il colpo che trafigge il pesce-spada.
La pesca con la palamatara (barcaccia piuttosto lunga con a bordo otto marinai) si fa invece di notte e per mezzo di robuste reti nelle quali incappa non soltanto il pesce-spada ma anche il tonno o l’alalunga. Caratteristico è anche il modo che i pescatori usano per cucinare il pesce-spada: tagliano la scorzetta, cioè la parte più grossa sotto la nuca e, in tante fette, l’arrostiscono condendola con aglio, olio, un po’ di sale e l’immancabile peperoncino.
Carattere marinaresco assume anche, in Calabria, il gioco che in Basilicata abbiamo trovato con il nome di “scaricavascio”, mentre a Delianuova (Reggio) è conosciuto come ‘A navi, e infatti la canzoncina che i due gruppi di dieci giovani cantano girando per la città incomincia: “Vota la navi - gira la navi - evviva l’Assunta e la Società”. Quest’ultimo verso indica che il gioco si esegue da un’associazione giovanile per la festa dell’Assunta, che incomincia già il 1° agosto per culminare il giorno dell’Assunzione della Vergine. In Calabria le più frequenti e accese manifestazioni di religiosità popolare si hanno durante il periodo estivo, e con prevalenza del culto della Madonna. Famosi sono i santuari della Madonna del Pettoruto presso San Sosti, della Serra presso Cetraro, della Catena presso Cassano, del Castello a Castrovillari. della Schiavonea alla Marina di Corigliano, della Consolazione a Reggio, di Porto Salvo a Pentedattilo e altri.
Caratteristica è la festa della Madonna della Grotta al Santuario di Praia (Cosenza), ove si venera una statua lignea ritenuta miracolosa. La processione si svolge il 15 agosto e viene aperta da una donna che regge sul capo la pesante “cinta”, costruzione di forma piramidale di candele decorate con festoni e nastri multicolori. Seguono gli zampognari e altri pellegrini che cantano inni alla Vergine. Suggestiva è la processione a mare che si svolge la sera con una lunga fila di barche illuminate. “Cinte”, si possono vedere anche nel centro albanese di Plataci, mentre viene eseguita la “danza dei ceri”. A Roghudi (Reggio), sempre in occasione della festa dell’Assunta si esegue il “ballo dell’asino”: un uomo travestito da somaro e coperto da grossi sacchi bagnati, per proteggersi dagli scoppi dei bengala, danza davanti all’immagine della Vergine esposta sulla soglia della chiesa. Anche la festa della Madonna di Settembre offre in molti paesi occasione a devoti pellegrinaggi e a manifestazioni di intensa religiosità, che si svolgono presso alcuni dei santuari sopra ricordati.
Con ciò non vogliamo mettere in ombra le altre feste dedicate al Crocefisso o ai Santi patroni, e, primo tra essi, San Francesco di Paola, i cui miracoli vengono narrati in una diffusissima storia popolare che comincia “O San Franciscu ccu’ sta varva fina - intra li Santi non ci n’è l’uguali”. Intenso culto è anche quello dedicato a San Rocco, a Santa Eufemia, ai Santi Cosma e Damiano.
Tra le feste principali del ciclo dell’anno, di particolare interesse è per Carnevale la rappresentazione dei mesi, eseguita da tredici uomini dei quali dodici, vestiti ciascuno secondo il personaggio che rappresenta, simboleggiano i 12 mesi, mentre il tredicesimo è il “Capo d’anno”.
Non meno movimentate e pittoresche sono anche in Calabria le rappresentazioni o processioni drammatiche per la Settimana Santa. In alcuni paesi permangono le compagnie dei “vattienti”, reliquie della tradizione medioevale dei “disciplinati”. A Nocera Terinese essi partecipano alla interminabile processione, cinti il capo di una corona di spine, battendosi le coscie nude con una specie di frusta che reca in cima pezzi di sughero irti di spilli o di punte di vetro. Tale uso si conserva anche a Tiriolo e a Terranova di Sibari, così come in alcuni paesi della vicina Sicilia.
Ricca di elementi folcloristici di grande attrattiva è la festa di Natale: tra le forme caratteristiche giova ricordare che per più di un secolo e in tempi ancora abbastanza vicini a noi aveva preso molto voga, specie nel Catanzarese, “u presepiu cchi si motica”, il presepe che si muove, definito “uno spettacolo sui generis, alla maniera delle marionette, dove non mancano tratti di spirito, investiti di certa beffarda ironia... i personaggi si muovono, gesticolano, parlano precisamente come i burattini, ponendo tutto a rifascio in modo che il ridicolo e il grottesco sono in curioso contrasto con la santità del soggetto” (Lumini).
Per quanto riguarda gli usi relativi al ciclo della vita umana, indicheremo una forma speciale di fidanzamento conosciuta con nome di “scapellata” (= scapigliata). Quando un giovane innamorato di una ragazza trova, da parte di lei o dei suoi parenti, opposizione al matrimonio, l’aspetta in un giorno di festa sulla soglia della chiesa e, strappandole con violenza dal capo il fazzoletto, lo sostituisce con uno bianchissimo (in tempi andati usavano forme anche più violente e impegnative). La ragazza viene in tal modo compromessa perché la “scapigliata” sostituisce il rito tradizionale di fidanzamento e il più delle volte tutto finisce (o meglio finiva, perché l’uso va sparendo ovunque) con le nozze.
Grande importanza ha avuto anche in Calabria in “repitu”, il pianto funebre, cantato con tutto un cerimoniale di gesti e di grida, dalle “reputatrici” o dai parenti del morto. Alcuni di tali “pianti” raggiungono alti valori poetici.

Festa di San Biagio
il 3 febraio a Serra San Bruno provincia di Vibo Valentia si ripete un antico rito prenuziale. In questa zona si effettua una sorta di gioco con tutte le coppie di promessi sposi del paese. Il futuro marito compra una focaccia in panetteria e dopo averla fatta benedire in chiesa la porta alla sua promessa. La reazione della ragazza è fondamentale per la sorte del futuro sposalizio; la sposa può accettare o meno il presente oppure rompere in due la focaccia e tenerne un pezzo per sé e donarne uno al futuro sposo. Grazie a questo gesto nella copia si auspica e preannuncia un matrimonio pieno di felicità per tutta la vita.

La rota
nella provincia di Reggio Calabria a Roccella Jonica in occasione del carnevale un gruppo di attori dilettanti inizia a girovagare per il paese, richiamando l'attenzione dei passanti con un campanaccio. Una volta ottenuta una discreta audience gli attori iniziano a recitare la cosiddetta rota, una farsa scherzosa, a sfondo satirico, declamando versi nel dialetto di cinquant'anni fa. Pur partendo da una base data, ed utilizzando personaggi sono fissi, come carnevalari e a veccja, la storia della rota si sviluppa in maniera sempre diversa e divertente.

Festa di San Rocco
Il 16 di agosto in provincia di Reggio Calabria a Palmi si celebra la festa patronale di San Rocco. La festa ha il suo fulcro centrale nella processione che segue la statua del Santo. La figura di San Rocco è preceduta da un suggestivo scenario, un certo numero di penitenti, detti gli spinati, camminano autoflaggellandosi e mortificando il proprio corpo indossando, a torso nudo, una cappa piena di spine ed arbusti pungenti. Alla fine del percorso, che ha attraversato tutto il paese, si portano in chiesa degli ex voto di cera, che riproducono le parti del corpo dolente, di cui si chiede la guarigione al santo protettore degli infermi.

Festa dell'immagine della Madonna di capocolonna
La seconda e la terza settimana di maggio a Crotone in occasione della festa della Madonna di Capocolonna, si organizza una magnifica sagra del pesce con canti e balli folcloristici. Al fulcro della giornata però, tutti gli abitanti del paese si uniscono nella processione che segue l'immagine della Vergine, dal duomo al santuario di Capocolonna, per 12 chilometri. Il ritorno dal saltuario è quanto di più spettacolare e suggestivo, poiché avviene via mare, in un corteo di barche.
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